Pronti per la prossima recessione?

L’autore di questo post è il professor Enrico Colombattodocente di Economiaall’università di Torino, autore di L’Economia Che Serve. Il post è stato pubblicato su GIS Reports  – 

Quando l’economia mondiale va ragionevolmente bene (il tasso di crescita a livello mondiale attualmente supera il 3,5 per cento), gli economisti tendono a concentrarsi sulle cattive notizie e si affannano a pronosticare il momento in cui arriverà la prossima recessione. La prima metà del 2018 non ha fatto eccezione: a maggio, circa l’80 per cento degli economisti intervistati dal Wall Street Journalha predetto che l’economia mondiale andrà incontro a difficoltà nel 2020 o 2021. La prossima crisi nascerà probabilmente dall’aumento dei tassi di interesse, dall’orientamento ribassista degli investitori azionari e magari dalle guerre commerciali, dicono i pessimisti. Dobbiamo correre a cercare riparo prima della prossima flessione dell’economia?

Andiamo a guardare alcuni dati di fondo. Gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione Europea sono le locomotive principali dell’economia mondiale. Ciascuna delle tre evidenzia uno schema di crescita differente: in America la crescita economica corre più rapidamente della produttività, ma resta parecchio più lenta di quello che i progressi della tecnologia consentirebbero.

La Cina sta crescendo al tasso che ci si aspetterebbe, considerando il suo potenziale, i suoi sforzi incessanti per promuovere avanzamenti tecnologici e il suo impegno per istruire milioni di giovani ambiziosi e operosi: ma la sua incapacità di introdurre una concorrenza reale nelle industrie nazionali e le sistematiche interferenze politiche potrebbero condurre la sua success story economica a un brusco arresto.

I Grandi al G7 in Canada

I Grandi al G7 in Canada

L’Europa nel complesso sta andando ragionevolmente bene (il tasso di crescita annuale attualmente è intorno al 2,5 per cento): come gli Stati Uniti, però, non riesce a mettere a frutto il suo vantaggio tecnologico ed è zavorrata da una serie di problemi politici autoinflitti (di genere diverso da quelli della Cina).

FATTORI DI RISCHIO
Per il medio termine si possono trarre alcune conclusioni preliminari. L’America è su una traiettoria di crescita solida: la sua performance aggregata può stabilizzare la crescita annua su una percentuale compresa fra il 3 e il 4 per cento se la produttività accelera, o il 2 per cento se non accelera. A meno di uno scossone drammatico (magari una guerra commerciale), difficilmente potranno essere gli Stati Uniti l’epicentro di una recessione globale. L’aumento dei tassi di interesse non farà differenza: è una mossa da tempo preventivata e, anche se la stretta monetaria negli ultimi tempi ha cominciato ad accelerare, investitori e consumatori in gran parte l’hanno già messa in conto e non pare che stia generando tensioni.

La Cina e l’Europa sono un altro paio di maniche, perché la politica lì giocherà un ruolo significativo nel determinare il contesto competitivo, e le loro economie ne beneficeranno o ne soffriranno di conseguenza. In Cina, il problema si riduce a capire se il partito al potere riuscirà a liberalizzare il settore bancario senza produrre un’ondata di fallimenti, specie fra le grandi aziende controllare dallo Stato. Se questa delicata operazione dovesse fallire, l’élite politica perderebbe legittimità e un’opportunità di rafforzare l’economia finirebbe nel caos.
Il problema politico dell’Europa è differente: negli ultimi anni le autorità europee hanno premuto per espandere il loro potere e accrescere la propria credibilità attraverso una regolamentazione spinta. Queste politiche hanno soffocato la concorrenza, scoraggiato uno spirito imprenditoriale produttivo e incentivato la spesa pubblica.

Non è chiaro che cosa succederà adesso: la crescita economica sicuramente rallenterà se Bruxelles insisterà con la sua spinta normativa, che include un approccio vessatorio alle fusioni e acquisizioni, tentativi in corso di sviluppare uno Stato sociale federale (attraverso la fissazione di criteri minimi per lavoro e sanità) e un’incrollabile determinazione a gestire le politiche economiche e i debiti pubblici nazionali da una sala di controllo centralizzata.

La crescita, al contrario, avrà un’impennata se le autorità comunitarie torneranno al loro ruolo di guardiani della sussidiarietà e della concorrenza internazionale, invece di provare a essere gli architetti di un’economia mista, che prevede una pianificazione morbida e un’insana alleanza tra le grandi imprese e una tecnocrazia centralizzata. In quest’ottica, la posizione dura assunta dai 4 Paesi del Gruppo di Visegrád e la sfida, abbastanza confusa, lanciata dall’Italia al predominio di Bruxelles e Francoforte potrebbero essere dei salutari segnali d’allarme.

L’UNICO DETONATORE POSSIBILE
Questo quadro generale fa pensare che non ci sarà nessuna deriva recessiva. Gli scenari futuri saranno determinati da eventi politici ed economici cruciali (o dalla loro assenza). La lista degli shock politici potenzialmente devastanti è breve: una guerra commerciale e una crisi politica di vasta portata in Cina.

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Quanto alle guerre commerciali, politici miopi potrebbero cedere alla tentazione di politiche mercantilistiche per compiacere fette del loro elettorato e gruppi di interesse influenti. Non succederà in Cina, perché le autorità di Pechino sono consapevoli che la loro economia fa forte affidamento sulle esportazioni e fanno i salti mortali per creare aspettative di condizioni commerciali favorevoli con l’Europa e molti Paesi meno sviluppati, specialmente in Asia. Probabilmente non succederà nemmeno in Europa, visto che i commerci, per tradizione, sono gestiti in gran parte dalle autorità comunitarie, che non hanno necessità di ricorrere al populismo per conservare il loro posto o vincere le elezioni.

Anche in questo caso, gli Stati Uniti sono un altro discorso, perché il presidente Donald Trump è effettivamente un populista e la sua propensione a lanciare minacce sproporzionate potrebbe essere pericolosa: ma la nostra ipotesi è che non succederà nulla di drammatico se la Cina e l’Europa resteranno coerenti con le loro posizioni e manterranno i nervi saldi.

Per contro, il rischio di una crisi politica in Cina, anche se non figura al primo posto nelle riflessioni della maggior parte degli analisti economici, probabilmente rappresenta l’unico fattore in grado di scatenare una recessione importante. Naturalmente nessuno è in grado di prevedere se e quando una nuova leadership rimpiazzerà il presidente Xi Jinping, che ha consolidato il suo predominio. Ma qualunque transizione repentina seminerebbe l’incertezza, ed eventuali spargimenti di sangue farebbero venire i brividi al resto del mondo, sconvolgendo gli investimenti e i flussi commerciali. Scosse del genere potrebbero facilmente degenerare in una crisi mondiale.

SPAURACCHI ALLA MODA
È il caso di soffermarci anche su alcuni spauracchi economici che hanno avuto grande visibilità recentemente, in particolare l’aumento dei tassi di interesse, il rischio di insolvenza sul debito pubblico in Europa occidentale e un possibile collasso del sistema bancario cinese.

Come accennato prima, è improbabile che i tassi di interesse possano seminare il caos sui mercati finanziari: la risalita è preventivata e rimuoverà una grave fonte di distorsioni (una politica monetaria eccessivamente generosa). Ma se è vero che la stretta monetaria non basterà, di per sé, a scatenare una recessione, è vero anche che penalizzerà due categorie di operatori: i Paesi, le aziende e le famiglie che hanno tratto vantaggio dai tassi di interesse bassissimi e devono rifinanziare i loro prestiti si troveranno in difficoltà, e lo stesso succederà a quelle istituzioni finanziarie che non hanno allineato la struttura temporale dei loro attivi e passivi; quest’ultima cosa vale in particolare per gli operatori che in passato hanno finanziato mutui a tassi ridicolmente bassi, senza raccogliere fondi con scadenze corrispondenti.

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Allo stesso modo, siamo del parere che i timori sulla vulnerabilità del debito pubblico dei Paesi dell’Europa occidentale all’aumento dei tassi di interesse siano eccessivi. Tranne la Grecia e l’Italia, tutti i Paesi dell’Unione Europea sono in grado di tenere sotto controllo i loro deficit e di coprire un servizio del debito leggermente più alto. Un default parziale della Grecia o dell’Italia basterebbe a scatenare una crisi mondiale? Uno scenario del genere potrebbe rafforzare chi sostiene la necessità di realizzare riforme istituzionali nell’Eurozona, e di sicuro danneggerebbe quelli che hanno in portafoglio titoli greci e italiani: ma probabilmente una dichiarazione di insolvenza da parte di Atene o Roma rimarrebbe un problema locale.

Resta in campo, quindi, soltanto il rischio di una crisi bancaria in Cina: grandi quantità di prestiti in sofferenza erogati ad aziende inefficienti. Un repulisti su larga scala nel sistema bancario cinese è qualcosa che sarebbe dovuto avvenire già da tempo. Avrà effetti sistemici? Anche se la transizione a un settore bancario più sano non sarà indolore e potrebbe determinare un significativo rallentamento della crescita per alcuni anni, una minaccia per l’economia mondiale emergerebbe solo se la crisi bancaria dovesse tramutarsi in crisi politica.

Insomma, i timori degli economisti di una recessione mondiale sembrano esagerati, a meno che non succeda qualcosa di drammatico in Cina.

Questo non significa che le maggiori economie siano in buona salute: Cina e Stati Uniti potrebbero avere una crescita rapida o lenta a seconda di come risolveranno i loro squilibri interni (il settore bancario e la bassa crescita della produttività, rispettivamente), ma l’Europa potrebbe essere avviata verso la stagnazione. Una crescita fiacca (meno del 2 per cento) non è una recessione, ma può comunque rappresentare una zavorra per l’economia mondiale. Un andamento scadente dell’economia non è un destino ineluttabile per l’Europa, ma per evitarlo dovrà rinunciare alla centralizzazione e al mito dello Stato benevolo e regolatore.

Twitter @Colombatto

App. Bari: la nullità degli interessi di mora, per sforamento del tasso soglia, rende nulli anche gli interessi corrispettivi

Allegati:

Con sentenza n. 990/2018, pubblicata il 04/06/2018, la Corte di Appello di Bari, II sez. civ., aderisce “alla tesi, che ritiene che la nullità della clausola degli interessi moratori per superamento del tasso soglia travolga anche la clausola che fissa gli interessi corrispettivi, determinando così la gratuità del mutuo. Tale orientamento giurisprudenziale, si basa sulla considerazione che il ritardo colpevole non può giustificare un’obbligazione eccessivamente onerosa e contraria al principio generale posto dalla legge n. 108/1996, la quale tende ad assicurare una copertura completa dall’usura estesa a tutti i costi dell’operazione di credito: dai costi immediati a quelli procrastinati, da quelli ricorrenti a quelli occasionali”.

Secondo la Corte di Appello è il legislatore che “espressamente chiarisce che nello stabilire l’usurarietà o meno del contratto occorre tenere conto degli interessi dovuti a qualsiasi titolo e che il momento al quale riferirsi per verificare l’eventuale usurarietà, sotto il profilo sia penale che civile, è quello della conclusione del contratto a nulla rilevando il pagamento degli interessi. Con la conseguente irrilevanza della circostanza addotta dalla parte appellata che in concreto la norma che fissa gli interessi moratori sia rimasta inoperativa, non essendo mai stati applicati gli interessi moratori nel corso del rapporto”; ed allora, “in base a tale normativa, si deve quindi ritenere che anche gli interessi di mora sono soggetti al rispetto delle soglie di usura”.

In ordine alla conseguente gratuità del mutuo la Corte afferma: «Argomento decisivo per aderire alla tesi che dal superamento del tasso soglia, discenda, ai sensi dell’art. 1815 co. 2 c.c., non solo la nullità della clausola con la quale sono stati convenuti gli interessi, espressamente comminata, ma anche la sanzione civile della gratuità del contratto, è quella che il legislatore con la riforma intervenuta con la legge n. 108/1996 ha inteso prevedere quale sanzione a carico del mutuante la non debenza degli interessi in aggiunta alla nullità della clausola usuraria. Il secondo comma dell’art. 1815 c.c. prevedeva che nel caso fossero stati convenuti interessi usurari “la clausola è nulla e gli interessi sono dovuti nella misura legale”, sicchè l’intenzione del legislatore di inasprire la conseguenza dell’usurarietà degli interessi, passando cioè dalla debenza degli interessi legali a quella della non debenza di interessi, verrebbe tradita seguendo l’opposta tesi della non estensibilità del vizio del tasso di mora al tasso corrispettivo, poiché, mentre prima della riforma erano dovuti gli interessi  legali oggi sarebbero dovuti gli interessi corrispettivi, di norma maggiori rispetto ai primi. Ne consegue, applicando alla presente controversia tale secondo orientamento giurisprudenziale dell’estensibilità del vizio del tasso di mora al  tasso corrispettivo, che la domanda deve essere accolta, atteso che risulta dalla documentazione in atti che il contratto di mutuo oggetto di controversia contemplava interessi di mora superiori al tasso soglia».

Gratuità del mutuo in caso di usurarietà pattizia del tasso di mora Pubblicato il 15/06/18 00:00 [Doc.4817] di Redazione IL CASO.it

Segnalazione e massime a cura dell’Avv. Dario Nardone del Foro di Pescara.

Il tasso soglia di usura del mutuo a stato di avanzamento lavori che soddisfi i c.d. “requisiti di fondiarietà” ex art. 38 TUB specificati dalla Banca d’Italia in conformità alle delibere del CICR, va individuato in quello inferiore relativo alla categoria dei “mutui a tasso fisso” anziché in quello superiore della categoria “altri finanziamenti”.

Ai fini usura non può condividersi il criterio i della maggiorazione del tasso di mora di 2,1 punti percentuali, trattandosi di criterio che non trova alcun referente positivo, avendo il legislatore delineato precisamente il metodo di computo del tasso soglia, modificato nel 2011.

Come sancito da ultimo da Cass. Civ. Sez. VI 04.10.2017 n. 23192, l’usurarietà pattizia del tasso di mora comporta la non debenza di alcun interesse, neanche corrispettivo, sicché quanto pagato dal mutuatario va imputato integralmente al capitale da restituire.

In tal caso, se all’epoca del precetto non può configurarsi inadempimento, ne discende l’illegittimità del pignoramento che giustifica l’accoglimento della chiesta sospensione della procedura esecutiva.
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MUTUO, COME CALCOLARE IL TEG E VERIFICARE IL TASSO DI USURA

Mutuo e usura sono, purtroppo, due termini che vengono spesso associati. Si parla di usura quando il creditore attua degli interessi di restituzione sul credito eccessivi rispetto a quelli stabiliti dalla legge. Per tale ragione è indispensabile calcolare il TEG per i finanziamenti, perché questo è un indicatore periodale che indica il tasso effettivo complessivo applicato, ossia la somma di tutti i costi sostenuti. Per tale ragione il valore del TEG è l’elemento più valido per la determinazione del tasso di usura, perché a differenza degli altri indicatori sintetici, come per esempio il TAEG, è in grado di dare informazioni maggiormente dettagliate sui tassi di interesse. Il TEG, infatti, apre una finestra sui tassi applicati dall’istituto bancario su ogni singola rata del mutuo, in relazione al piano di ammortamento specifico. Nell’ottica delle controversie bancarie, la verifica degli interessi applicati dagli istituti di credito nell’ottica del calcolo mutuo è una delle questioni maggiormente dibattute, perché il superamento delle soglie imposte dalla legge delinea una fattispecie di reato, che dev’essere comunque analizzata singolarmente, caso per caso.

Focus sul TEG: Tasso Effettivo Globale
Il TEG è il principale indicatore per svelare una sopravvenuta situazione di usura, ossia una fattispecie che nel suo complesso porta l’istituto di credito a superare la soglia massima di interesse determinata per legge. A differenza del TAN e del TAEG, che sono indicatori da calcolare prima di aprire un mutuo, per determinarne il costo complessivo, il TEG può essere calcolato solo alla fine del finanziamento, non può essere definito in sede di calcolo mutuo. Questo indicatore, infatti, può essere determinato esclusivamente in fase conclusoria, quando si ha un quadro completo di tutti i fattori che hanno inciso sulla restituzione del credito, sia per quanto concerne l’apertura sia per quanto concerne il proseguo. La determinazione del TEG alla fine del rapporto è indispensabile anche per un secondo motivo, sempre nell’ottica di voler effettuare un calcolo effettivo della spesa. Infatti, solo nel momento in cui si è chiuso il conto con l’istituto di credito è possibile determinare l’effettiva quantità di denaro della banca che il debitore ha effettivamente utilizzato, che non dev’essere confuso con quanto determinato durante l’accordato. In parole povere, per spiegare al meglio il concetto di TEG, si può affermare che questo elemento è indispensabile per calcolare la soglia che non dev’essere superata per ogni singolo finanziamento, onde evitare di cadere nell’usura.

Come calcolare il TEG
Per l’esatta determinazione del Tasso Effettivo Globale è necessario utilizzare la formula resa nota dalla stessa Banca d’Italia.

– Interessi x 36500 / numeri debitori + oneri x 100 / accordato –

Questa è l’unica formula esatta per determinare il TEG. Entrando nello specifico della formula:

– Interessi: è la somma degli interessi che l’istituto di credito ha applicato al finanziamento per tutta la sua durata;

– Numeri debitori: rappresentano i saldi passivi della valuta corrente durante il periodo del finanziamento. Per ottenerli è necessario determinare in prima battuta i giorni, che devono essere moltiplicati per ogni saldo di valuta passiva sostenuto durante il finanziamento. Il risultato ottenuto dev’essere diviso per 100. In modo semplice, i numeri debitori sono il prodotto del capitale complessivo per i giorni effettivi di durata del finanziamento;

– Oneri: è l’insieme di tutte le spese che il debitore ha sostenuto durante tutto il periodo di apertura del mutuo;

– Accordato: è il capitale che l’istituto di credo ha deciso di affidare al richiedente nel momento in cui è stata trovata l’intesa sul contratto di mutuo.

Certamente non è un calcolo molto semplice e immediato, per tale ragione la maggior parte delle persone si affidano ai professionisti del settore per la determinazione del TEG. Tuttavia, chi volesse cimentarsi personalmente nel calcolo del TEG può seguire le indicazioni fornite dalla Banca d’Italia, che nel suo sito spiega in maniera molto accurata come effettuare correttamente la determinazione. Più che l’esecuzione in sé del calcolo, quello che risulta essere particolarmente complicato è la determinazione dei fattori che compongono la formula: dalla loro precisione dipende il risultato finale, quindi la valutazione del TEG come indicatore di una sopravvenuta condizione di usura. Per chi non sapesse come calcolare il TEG e non sapesse a chi rivolgersi, esistono online numerosi siti che offrono la possibilità di effettuare gratuitamente il calcolo secondo modelli precostituiti.

Questa appena descritta è la strada indicata dalla Banca d’Italia per il calcolo del TEG sui mutui e sui finanziamenti, ma non dev’essere confusa con il calcolo del TEG sui conti correnti, perché si tratta di due valutazioni diverse e non assimilabili.

Le divergenze sul calcolo del TEG
Sebbene la metodologia indicata dalla Banca d’Italia sia quella maggiormente accreditata, non è l’unica che viene considerata, anzi. Le divergenze su come si calcola il TEG sono numerose tra la dottrina e la giurisprudenza, che non trovano un punto di contatto per determinare un’unica strada. E’ una battaglia che si svolge su mere questioni giuridiche di opportunità, perché se da un lato la giurisprudenza prende per buono quanto indicato dalla Banca d’Italia, dall’altra parte la dottrina considera come valida l’indicazione dell’articolo 644 del codice penale. Quali sono le differenze tra i due modelli di calcolo?

Il disposto dottrinale del codice penale stabilisce che il calcolo del TEG andrebbe effettuato considerando tutti i costi del credito, tranne le imposte e le tasse. Dall’altro lato, però, la giurisprudenza riconosce come valida l’indicazione della Banca d’Italia, che invece indica che le Commissioni di Massimo Scoperto (C.M.S.) non vadano incluse nel computo se antecedenti al 2010.

Questa è una questione piuttosto annosa, nella quale si è inserita anche la Suprema Corte con la sentenza n. 12965 del 22.06.2016, dando di fatto ragione alla tesi della giurisprudenza. Nello specifico, infatti, la sentenza fa riferimento all’entrata in vigore dell’articolo 2-bis d.l. n. 185 del 2008, che ha terminato il suo periodo transitorio il 31 dicembre 2009. Ciò significa che è thesi legittima, per la determinazione del tasso di soglia di usura, la considerazione delle Commissioni di Massimo Scoperto per i rapporti bancari che si sono esauriti (o si esauriranno) dopo il 31 dicembre 2009 ma non lo è per tutti i rapporti bancari che hanno cessato di esistere prima del 31 dicembre 2009.

Si tratta di una sentenza molto particolare che è comunque ancora oggetto di studio e di contestazione, anche in relazione alla necessità di individuare un principio di coerenza tra il calcolo del TEG e quello del TEGM.

Il calcolo del TEGM
Finora si è detto che il TEG è l’indicatore per la determinazione di una sopraggiunta fattispecie di usura su un credito, ma questo è un parametro che per avere un suo senso ha bisogno di un metro di paragone. Per la determinazione di tale sopraggiunta fattispecie è necessario che il TEG venga confrontato con il TEGM, acronimo di Tasso Effettivo Globale Medio. Difatti, è proprio l’indicatore medio a stabilire la soglia oltre la quale la nostra giurisprudenza individua l’usura: si calcola effettuando la media dei TEG per ciascuna categoria di operazioni. Nello specifico del caso in questione, esiste un TEGM per i mutui a tasso fisso (solitamente piuttosto basso) e un TEGM per i mutui a tasso variabile. Esistono anche il TEGM per i finanziamenti finalizzati al di sotto dei 5.000 euro e quello per i finanziamenti che superano quell’importo, ma non sono oggetto di considerazione in questa sede. Ciascun TEGM viene rilevato su base trimestrale considerando i TEG praticati dagli istituti di credito operativi sul mercato. Per dare valore al TEGM e determinare, in questo modo, la soglia di usura, questo dev’essere aumentato della metà (TEGMx1,5). Quest’operazione indica il tetto: qualunque TEG che la oltrepassi è indice di una siffatta condizione di usura sopravvenuta che puiò (e deve) essere perseguita secondo i termini di legge. Il calcolo del TEGM viene effettuato dagli incaricati della Banca d’Italia ogni tre mesi e viene quindi reso pubblico volta per volta.

L’omogeneità tra TEG e TEGM
Appare evidente che la determinazione del TEG e del TEGM sia di fondamentale importanza in ambito bancario. Le controversie che nascono in relazione ai tassi di interesse nel calcolo mutuo sono più frequenti di quanto non si pensi. Tuttavia, esiste un’altra problematica legata al TEG e al TEGM, in parte legata a quella presentata in precedenza sulle metodologie di calcolo del TEG. Infatti, sebbene la formula per il calcolo di questi due indicatori sia molto simile, sussistono in realtà delle profonde differenze, che di fatto causano un elemento di disomogeneità tra il TEG e il TEGM.

Questa disomogeneità ha una forte rilevanza nell’identificazione di una presunta condizione di usura bancaria. Facendo un discorso prettamente logico, se due indicatori devono essere messi a confronto tra loro per stabilire un determinato elemento, ci dev’essere una coerenza valutativa e non una discordanza nel criterio di calcolo. Come è possibile stabilire se l’istituto di credito sia veramente andato oltre la soglia limite imposta dalla legge contro l’usura, se il criterio di determinazione del TEG non coincide con quello del TEGM?

Si dibatte da lungo tempo sul principio di omogeneità per la base di calcolo tra TEG e TEGM e il nodo della questione sono sempre le Commissioni di Massimo Scoperto. La Cassazione, con diverse sentenze, ha di fatto stabilito che possono essere messi a paragone solamente indicatori che sono stati ottenuti seguendo la medesima logica di calcolo. L’unitarietà sistematica dev’essere applicata su ogni singolo caso in maniera soggettiva, per fare in modo che si ottengano due valori omogenei e confrontabili tra loro per la determinazione dell’eventuale usura.

Clausole vessatorie: non basta la sottoscrizione in blocco di tutte le condizioni generali di contratto

Clausole vessatorie: non basta la sottoscrizione in blocco di tutte le condizioni generali di contratto

ORIENTAMENTI GIURISPRUDENZIALI:
Conformi: Cass. 12 ottobre 2016, n. 20606
Cass. 13 novembre 2014, n. 24193
Cass. 11 giugno 2012, n. 9492
Cass. 27 febbraio 2012, n. 2970
Cass. 26 settembre 2008, n. 24262
Cass. 29 febbraio 2008, n. 5733
Difformi: Non si rinvengono precedenti

Al fine di costituire una più forte tutela per il contraente debole, il legislatore, nell’ambito delle condizioni generali di contratto, ha previsto la necessità della specifica approvazione per iscritto delle clausole c.d. vessatorie, ossia di quelle pattuizioni particolarmente onerose e svantaggiose per l’aderente.

E così, l’art. 1341 comma 2 c.c. statuisce che in ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono a favore del predisponente:

a) limitazioni di responsabilità
b) facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’aderente
c) decadenze
d) limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni
e) restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti
f) tacita proroga o rinnovazione del contratto
g) clausole compromissorie e clausole di deroga alla competenza dell’autorità giudiziaria.

Nelle intenzioni del legislatore, la specifica sottoscrizione di alcune clausole particolarmente sbilanciate in favore di chi le ha predisposte varrebbe a destare l’attenzione del contraente debole, che accettando “in blocco” le condizioni generali di contratto unilateralmente predisposte dall’altro contraente potrebbe non valutare adeguatamente quella parte del regolamento contrattuale che aggravi la sua posizione rispetto a quella risultante dall’applicazione della disciplina legale del contratto.

Si prevede, così, un meccanismo basato su una “doppia sottoscrizione”: con la prima, l’aderente manifesta la volontà di accettare il contenuto delle condizioni generali di contratto “non onerose”, con la seconda, da apporsi in modo “specifico”, approva il contenuto di quelle vessatorie.

La necessità della specifica sottoscrizione delle clausole vessatorie non ammette equipollenti: così, la produzione in giudizio del documento contrattuale da parte del contraente aderente se vale certamente a sanare la mancanza della sottoscrizione, non può, però, sostituire la specifica approvazione delle clausole vessatorie, che quindi, a differenza delle “altre” condizioni generali, rimarranno senza effetto. Per altro verso, se le clausole vessatorie non sono state sottoscritte, a nulla varrebbe la prova che l’aderente ne conoscesse comunque l’esistenza e, di contro, una volta che tali clausole siano state sottoscritte, a nulla varrebbe provare, per renderle inefficaci, che l’aderente ciononostante non le conoscesse e ciò in quanto, secondo la giurisprudenza, implicando la specifica approvazione scritta delle clausole vessatorie l’esatta conoscenza del loro contenuto, nessuna indagine si impone in ordine a tale conoscenza, da doversi ritenere accertata in presenza della richiesta sottoscrizione.

Una volta chiarito che la formalità della doppia sottoscrizione è indispensabile per la produzione di effetto delle clausole vessatorie, non potendo ritenersi sufficiente un’unica sottoscrizione in calce al contratto, pare opportuno ora indagare sulle modalità con cui tale requisito possa dirsi soddisfatto.

Al riguardo, è pacifico che non occorrono tante firme quante sono le clausole vessatorie: una sottoscrizione è sufficiente per approvare specificamente più clausole vessatorie, purchè queste ultime siano chiaramente individuate.

È del pari pacifico che non è necessario che la sottoscrizione faccia seguito alla riproduzione integrale del testo delle clausole vessatorie: è sufficiente che la sottoscrizione sia collocata dopo un’indicazione idonea a richiamare l’attenzione dell’aderente sulle clausole vessatorie contenute nel contratto. Si discute, invece, se tale indicazione debba recare una sintetica esposizione del contenuto della singola clausola vessatoria da approvare (ad esempio, clausola compromissoria), o se viceversa sia sufficiente il mero richiamo al numero assegnato alla clausola (ad es. clausola nr. 10). La giurisprudenza prevalente reputa assolto l’onere formale quando l’aderente sottoscrive un’autonoma dichiarazione di accettazione delle clausole vessatorie individuate attraverso il richiamo al loro numero o al loro contenuto.

La giurisprudenza è invece assolutamente assestata nella valutazione della fattispecie oggetto dalla pronuncia in rassegna, in cui è stata eccepita la validità di una clausola vessatoria, derogativa della competenza territoriale, perché approvata unitamente a molteplici altre clausole, molte delle quali non vessatorie. Il Tribunale di Reggio Emilia aderendo al consolidato insegnamento della giurisprudenza ha chiarito che non integra il requisito della specifica approvazione per iscritto ex art. 1341 comma 2 c.c. il richiamo in blocco di tutte le condizioni generali di contratto o di gran parte di esse, comprese quelle prive di carattere vessatorio, e quindi la loro sottoscrizione indiscriminata, poiché con tale modalità non è garantita l’attenzione del contraente debole verso la clausola a lui sfavorevole, in quanto ricompresa tra le altre richiamate: trattasi infatti di una modalità di approvazione della clausola vessatoria tale da rendere oggettivamente difficoltosa la percezione della stessa, giacché la genericità di tale riferimento priva l’approvazione della specificità richiesta dall’art. 1341 c.c., in quanto la norma richiede non solo la sottoscrizione separata, ma anche la scelta di una tecnica redazionale idonea a suscitare l’attenzione del sottoscrittore sul significato delle clausole specificamente approvate.

Il principio di diritto applicato dal Tribunale reggiano appare meritevole di qualche osservazione critica. Esso, in particolare, non appare pienamente compatibile con l’opinione prevalente, specie in giurisprudenza, secondo cui la specifica approvazione per iscritto rappresenta un onere di natura formale, di rispetto di una forma ad substantiam, la cui inosservanza provoca la nullità delle clausole vessatorie. Non solo: sempre la giurisprudenza – pur se con pronunce risalenti nel tempo – ha avuto modo di affermare, come già accennato, che l’avvenuta sottoscrizione delle clausole vessatorie da parte del contraente non predisponente implica l’effettiva conoscenza delle stesse, per cui, una volta accertato il rispetto della forma richiesta dalla legge, sarebbe inibito al giudice ogni altra valutazione in ordine alla loro effettiva conoscenza (o conoscibilità), come invece è chiamato a fare per le condizioni generali di contratto “non onerose” ex art. 1341, comma 1, c.c., secondo il quale perché le condizioni generali di contratto siano efficaci è necessario che l’aderente le abbia conosciute, o quanto meno che, usando l’ordinaria diligenza, dovesse conoscerle.

L’orientamento giurisprudenziale sposato dalla pronuncia di merito in rassegna, come già ricordato, esclude, invece, ai fini della validità delle clausole vessatorie, la sufficienza della loro mera sottoscrizione, reputando che in caso di stipulazione “promiscua” (in cui cioè si assista ad una indiscriminata sottoscrizione della totalità delle clausole contrattuali, alcune delle quali di natura non onerosa), si renderebbe difficoltosa per il contraente debole la percezione delle clausole vessatorie; la giurisprudenza trae questo principio muovendo dal 2° comma dell’art. 1341 c.c., senza che però, a ben vedere, questa tutela sia presidiata dalla norma, la quale si limita a richiedere, ai fini della validità della stipulazione della clausola onerosa per il contraente non predisponente, solo il rispetto della forma scritta, senza che vengano in rilievo ulteriori valutazioni.

Per altro verso, non pare si possano dissipare le perplessità sulla pronuncia annotata, quand’anche si volesse escludere che la specifica approvazione scritta delle clausole vessatorie implichi automaticamente la loro validità e invece si volesse sposare la tesi propugnata da autorevolissima dottrina, secondo cui il requisito del comma 2 dell’art 1341 c.c. si aggiunge a quello del comma 1, ma non lo elimina, così che una clausola onerosa, anche se approvata per iscritto, non vincola l’aderente se da lui non conoscibile con l’ordinaria diligenza. In quest’ottica, infatti, la presenza della sottoscrizione apposta in calce ad un complesso di clausole riproducenti le condizioni generali di contratto, recante clausole vessatorie mescolate a clausole non vessatorie, dovrebbe indurre il giudice a verificare e controllare caso per caso l’effettiva conoscenza o conoscibilità delle clausole vessatorie da parte del contraente aderente e ciò in forza del primo comma dell’art. 1341 c.c., ma non a ritenere, per ciò stesso ed in automatico, nulle le clausole vessatorie ex art. 1341 comma 2 c.c., come affermato dal Tribunale reggiano.

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Ammissibile la CTU per la rettifica del saldo ove sia incompleta la produzione degli estratti di conto corrente

Cassazione Civile, Sez. VI, 01 giugno 2018, n. 14074 – Pres. Magda, Rel.Terrusi

Ammissibile il ricorso alla CTU ove sia incompleta la produzione degli estratti di conto corrente in un giudizio finalizzato all’accertamento e alla rettifica del saldo.

Se infatti è vero che, nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata esclusa la validità, per mancanza dei requisiti di legge, della pattuizione di interessi, la rideterminazione del saldo del conto deve avvenire attraverso i relativi estratti a partire dalla data della sua apertura, così effettuandosi l’integrale ricostruzione del dare e dell’avere, con applicazione del tasso legale, sulla base di dati contabili certi in ordine alle operazioni ivi registrate.

Tuttavia, non è men vero che non è vietato al giudice del merito svolgere un accertamento tecnico contabile al fine di rideterminare il saldo del conto in base a quanto comunque emergente dai documenti prodotti in giudizio. In tal caso la tematica si riduce alla verifica di attendibilità dell’esito della CTU, che è come tale una questione di fatto.

Tribunale di Napoli, sent. n. 1558 del 13 febbraio 2018, Est. Ettore Pastore Alinante

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Su gentile concessione dell’Avv. Monica Mandico

Tribunale di Napoli, sent. n. 1558 del 13 febbraio 2018, Est. Ettore Pastore Alinante

Poiché non esiste una soglia specificamente individuata per gli interessi moratori, esistendone solo una per i corrispettivi, il tasso di mora incontra lo stesso limite di quello degli interessi corrispettivi.

Qualora dal piano di ammortamento si evinca che ad ogni scadenza gli interessi maturati vengono di fatto dapprima addebitati al capitale e poi pagati dalla quota contenuta nella rata, ne consegue che gli stessi interessi, venendo in tal modo capitalizzati, continuano a partecipare al computo degli interessi successivi; tale capitalizzazione composta, seppur non dichiarata in contratto, integra un anatocismo vietato dall’art. 1283 c.c. e non legittimato neanche dalla delibera CICR del 09.02.2000, che si riferisce solo agli interessi moratori.

L’effetto dell’indebito anatocismo va espunto dal piano di ammortamento e le somme a tale titolo esborsate dal mutuatario vanno detratte da quanto dovuto ancora a titolo di interessi.

Usura bancaria: perché si è diffusa così tanto Di Rosario De Vincenzo – 30 maggio 2018

Tutto nasce da una interpretazione diversa fra le direttive della Banca d’Italia e la Legge 108/96, avendo la prima indirizzato alle banche delle “Istruzioni” per la raccolta dei dati allo scopo – previsto dall’art. 2, comma 1 della legge 108/96 antiusura – nelle quali si indicavano le modalità per determinare il tasso medio da pubblicare trimestralmente affinché gli operatori professionali potessero conoscere il tasso di interesse massimo applicabile alle varie operazioni di credito, dette istruzioni erano difformi a quanto previsto dalla Legge 108/96.

Le “Istruzioni” da principio sono state inviate con una comunicazione riservata, datata 1° ottobre 1996, prot. n. 47429, e, solo successivamente, sono state rese note a tutti con la loro pubblicazione, come supplemento al decreto trimestrale “tassi”, nella G.U. 30 settembre 1998, n. 228.

Sono state poi pubblicate in Gazzetta Ufficiale sia le istruzioni indirizzate dall’Ufficio italiano cambi agli altri intermediari del credito – le finanziarie – vigilate da questo ente, controllato dalla Banca d’Italia, che le modifiche alle “Istruzioni” introdotte nel 2001 per la rilevazione dell’interesse di mora, nel 2003 per l’introduzione della categoria delle “carte revolving” e nel 2006 per l’ampliamento dei finanziamenti “contro cessione del quinto”. Ma la modifica più rilevante c’è stata nel 2009, a seguito della regolamentazione della commissione di massimo scoperto disposta dell’art. 2 bis, comma 2 legge 2/2009.

Le banche, unanimemente, vista questa impostazione avevano deciso che la commissione di massimo scoperto – cms – non rientrasse nel calcolo del tasso effettivo ed una circolare della Banca d’Italia ha tentato di salvare questo “astuto” comportamento, perché consentiva che il tasso soglia previsto dalla legge si potesse superare aggiungendo anche il tasso soglia della cms, da considerare separatamente dal limite “ordinario; un aspetto tecnico che non ci interessa più di tanto, ci basti sapere che le banche interpretavano una circolare della Banca d’Italia che escludeva le commissioni di massimo scoperto nella quota interessi mentre la legge le prevedeva.

La sentenza 12028 del marzo 2010 – della seconda Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione – ha eliminato del tutto e senza alcun dubbio il tentativo, autorevolmente avvallato, di scavalcare i limiti imposti dalla legge antiusura ai tassi praticabili per tutti i tipi di prestiti, anche quelli bancari; si sono susseguite ulteriori sentenze di Cassazione che confermavano il principio di omnicomprensività e dalle recenti sentenze della Cassazione n. 8086 che conferma l’orientamento dell’inclusione di commissioni di massimo scoperto e della Cassazione 23192 del 4 ottobre 2017 che chiarisce che anche gli interessi di mora, se superiori al tasso soglia, consentono l’applicazione del 1815 cc e quindi gratuità del mutuo.

Le conseguenze pratiche sono facilmente immaginabili sul piano strettamente civilistico e penale anche se la Corte, in questa sentenza, offre uno spiraglio alle banche sotto il profilo penale, e del connesso risarcimento danni.

La sentenza, infatti, affronta anche l’aspetto “soggettivo” del reato di usura, cioè dell’intenzione di coloro che predispongono, concludono e/o chiedono l’esecuzione dell’accordo usurario, essendo l’usura un reato-contratto.

La maggior parte degli interpreti, riguardo quest’aspetto, ritiene sia sufficiente il dolo generico, cioè la coscienza dei soggetti che agiscono di obbligare la parte offesa a corrispondere interessi oltre il limite di legge o sproporzionati.

Il fatto che degli elementi del reato – le “operazioni” ed il tasso soglia – non siano indicati direttamente dalla norma penale ha poi fatto sì che, secondo una corrente interpretativa  finora maggioritaria che si richiama al principio di legalità, il metodo per la verifica del tasso usurario dovrebbe sempre essere quello previsto nelle “Istruzioni” della Banca d’Italia, recepite nei decreti ministeriali che pubblicano il tasso medio.
usura
Questo metodo, come abbiamo visto, escludeva dal calcolo del tasso effettivo la commissione di massimo scoperto. Chi lo seguiva, però, non considerava che le “Istruzioni” erano state dettate per la rilevazione del tasso medio e non per il calcolo del teg in sede giudiziaria e, pertanto, avendo una valenza solo interna al sistema bancario, non vincolano certo Magistrati e Consulenti tecnici, i quali, correttamente, come stabilito con la sentenza in esame, ritengono che la norma del comma 4 dell’art. 644 imponga di inserire la commissione di massimo scoperto – cms – nel calcolo del teg, anche se la formula indicata nelle suddette “Istruzioni” non lo prevede.

Inoltre, il problema del supero del tasso soglia ha scarsa rilevanza nella fattispecie di usura “soggettiva” che si verifica anche se il teg non supera il tasso soglia, ma è sufficiente che sussista una sproporzione tra il teg ed il tasso medio.

Nell’esaminare l’aspetto soggettivo del reato, nel caso di usura bancaria, è rilevante anche il problema dell’errore, sulla norma penale i responsabili dei crediti bancari eventualmente usurari, avendo seguito le “Istruzioni” della Banca d’Italia nel controllo del tasso effettivo credevano che la commissione di massimo scoperto – cms – non dovesse essere inclusa e pertanto non sarebbero punibili, a causa della mancanza del dolo, ai sensi dell’art. 5 del c.p., cioè per l’errore – soggettivo – sul metodo del calcolo del limite del tasso stabilito dalla legge penale.

Tuttavia, la pronuncia della suprema corte che si annota ha però indirettamente precisato che l’osservanza delle “Istruzioni” non garantisce che l’eventuale usura bancaria, derivata dall’applicazione della commissione di massimo scoperto, configuri un errore scusabile per la poca chiarezza delle norme relative ai metodi di calcolo per la verifica del superamento del limite legale, perché il quarto comma dell’art. 644 c.p., norma non certo oscura, prevedendo espressamente l’inclusione di tutte le commissioni nel tasso usurario, non giustifica tale grossolano errore.

Ciononostante, secondo la Cassazione che si commenta, il dolo può ancora essere escluso, considerati anche gli altri elementi, quando il superamento del tasso soglia è di “minima entità” ed “episodico” perché, in questi casi, non ci sarebbe alcuna volontarietà nella condotta oggettivamente usuraria.

A questo punto sarebbe corretto immaginare, viceversa, che se il tasso soglia viene superato in modo molto rilevante e continuo nel tempo, allora sarà manifesto il dolo e quindi l’aspetto penale assumerà una maggiore rilevanza.

Su questa linea, in effetti, ci sono state finora archiviazioni in fase di indagini preliminari.

PER LA VALUTAZIONE DELL’USURA CONTA ANCHE LA PENALE PER L’ESTINZIONE ANTICIPATA Si rafforza l’orientamento di merito che estende la valutazione sulla “promessa di interessi usurai” a tutti i costi, anche solo potenziali

Ancora una pronuncia di merito in tema di costi (anche solo potenziali) da includere nei calcoli necessari ai fini della valutazione del superamento del tasso soglia al momento della stipula, questa volta dal Tribunale di Chieti.

Il Giudice dott. Nicola Valletta del Tribunale di Chieti, con ordinanza del 21/02/2018, nell’ambito di un contenzioso relativo ad un mutuo, ha chiesto al CTU di includere, ai fini della verifica dell’eventuale superamento del tasso soglia al momento della stipula, ogni e qualsiasi costo, anche solo potenziale (quindi evidentemente anche la penale per estinzione anticipata) in quanto:

“non solo gli interessi convenzionali o moratori debbono sottostare al vaglio della normativa antiusura, ma anche qualsiasi altro costo (escluse imposte e tasse) connesso al finanziamento che il cliente ha promesso di pagare;
la legge punisce anche la sola promessa di pagare costi usurari, e quindi è sufficiente la semplice stipula della clausola senza necessità che il fatto ivi ipotizzato si concretizzi, ovvero senza la necessità che il cliente ne paghi il costo convenuto;
trattandosi di promessa usuraria da valutarsi con giudizio prognostico ex ante al momento della pattuizione del finanziamento, è sufficiente la sola potenzialità che il costo usurario si verifichi sulla scorta delle condizioni contrattuali a nulla rilevando che detto costo, al momento della contestazione o dell’azione legale, non possa più verificarsi: pertanto, ai fini del vaglio usurario, è lecito calcolare il TAEG del finanziamento nella ipotesi che la clausola usuraria si verifichi in un determinato momento storico consentito dal contratto“
Con l’ordinanza in commento, il Giudice sembra anche ribadire un altro importante principio e cioè che la mancata o inesatta indicazione del TAEG/ISC in contratto, comporta l’applicazione delle sanzioni di cui all’art. 117 T.u.b, ovvero il ricalcolo di tutti gli interessi ai tassi sostitutivi B.O.T.

Il Giudice, ha infatti ordinato al C.T.U. che:

“In caso di mancata allegazione dell’ISC e/o di sensibile inesattezza di quello indicato (non tenendo cioè conto di scostamenti contenuti nell’ambito di qualche centesimo di punto percentuale) e/o di mancata allegazione del documento di sintesi, proceda ex art. 117 u.c. tub alla sostituzione del tasso contrattuale con il tasso minimo di cui all’art. 117 – 7° comma tub.”
Si rafforzano così due orientamenti di merito molto spesso trascurati in tema di verifica del rispetto della legge nella sottoscrizione e nell’esecuzione del contratti di finanziamento bancario: il primo, relativo all’obbligo di includere nella verifica del TAEG qualsiasi costo anche solo potenziale, quindi eventualmente anche quello della penale per estinzione anticipata ed il secondo quello al fatto che la mancata o inesatta (per difetto) indicazione del TAEG. comporta l’applicazione delle sanzioni previste all’art. 117 T.u.b. e quindi il ricalcolo degli interessi ai tassi sostitutivi BOT per violazione degli obblighi di trasparenza bancaria.