Busto Arsizio. Annullati interessi indicizzati in Franchi Svizzeri su due mutui. Banca condannata a risarcire 15.000 euro

Franchi Svizzeri New Concept Advisory

Un altro caso di mutuo indicizzato in Franchi Svizzeri

A causa di un’estinzione di mutuo anticipata, un cliente è stato costretto a pagare interessi maggiorati per via del cambio valuta in Franchi Svizzeri. Ora la banca è stata condannata a restituire circa 15.000 euro.

L’estinzione anticipata e la richiesta di somme elevate

Busto Arsizio. Un altro caso di mutui indicizzati in Franchi Svizzeri si aggiunge ai diversi già presenti attualmente in Italia. Ricordiamo che questi casi fanno riferimento ai tanti mutui concessi tra gli anni 2006 e 2011. Mutui proposti come molto vantaggiosi, ma che in realtà contenevano l’indicizzazione in Franchi Svizzeri. Una clausola che porta a una maggiorazione nei pagamenti degli interessi, a causa appunto dell’oscillazione di valuta di cambio di euro/franco.

Grazie alla sentenza del 10 marzo 2017, il Tribunale di Busto Arsizio ha condannato un noto colosso bancario alla restituzione di Euro 14.110,66, oltre interessi legali. Questa condanna arriva, appunto, per la l’indicizzazione del mutuo al Franco Svizzero. I clienti avevano sottoscritto con la stessa banca due contratti di mutuo indicizzati al Franco Svizzero, rispettivamente in data 6/7/2010 e 31/3/2010. Nel 2012 però uno dei due ha richiesto l’estinzione anticipata del proprio contratto.

Così l’istituto di credito, dopo le opportune verifiche, ha quantificato che era necessario restituire, per l’estinzione del contratto, 88.106,61 euro, più 14.110,66 euro da pagare per via della clausola del cambio in Franchi Svizzeri. Il cliente decide di pagare le somme richieste, ma non si arrende a questa ingiustizia e cita in giudizio la banca. La richiesta è di verificare l’intero contratto e avere un risarcimento per via di una clausola di cui non era al corrente. Inoltre, per rafforzare la propria tesi, la parte attrice ha mostrato una perizia effettuata da un ctp.

La condanna e il risarcimento

Il Giudice decide così di nominare un Consulente Tecnico d’Ufficio. Questo per esaminare la perizia mostrata dal ctp e, al contempo, verificare nel dettaglio tutte le clausole presenti nel mutuo. In particolare, è stato verificato il meccanismo dei conguagli semestrali applicati dalla banca, secondo le modalità indicate al punto 4 dei contratti , e l’art. 7 relativo all’estinzione anticipata del mutuo.

Grazie a questa indagine, si è arrivati alla conclusione che la banca era in torto. Così il Giudice ha deciso di condannare il colosso bancario alla restituzione della somma pagata a causa della rivalutazione monetaria, ovvero 14.110,66 euro.

Una vittoria per il cliente e una sconfitta per le banche.

Il cliente non va ingannato

Questa sentenza dimostra ancora una volta come non si può ingannare il cliente, proponendo fantomatici mutui vantaggiosi. Le banche vanno punite per la loro disonestà.

Come è successo a Legnano, a causa di un mutuo indicizzato al franco svizzero.


Fonte: Sentenza n.375/2017 pubbl. il 10/03/2017 RG. n. 7261/2013 Repert. n. 881/2017 del 10/03/2017

Cartella di pagamento: prescrizione

Non è vero che la prescrizione della cartella di pagamento è sempre di cinque anni: l’equivoco generato sul web.

Lo scorso dicembre, le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato un importantissimo principio in tema di prescrizione delle cartelle esattoriali: la tesi definitivamente sposata dalla Suprema Corte è quella secondo cui il termine di prescrizione non è sempre di 10 anni (come qualche giudice un tempo aveva affermato), ma cambia a seconda del tipo di tassa o sanzione di cui si richiede il pagamento. Dunque, ad esempio, per il bollo auto la prescrizione è di 3 anni, per le multe è di 5, per l’Iva di 10, ecc.

Poiché però il caso deciso dalla Corte atteneva a contributi previdenziali Inps e Inail, per i quali la prescrizione si forma in 5 anni, qualche giornale (specie sul web) ha titolato affermando che, da ora, la prescrizione delle cartelle di pagamento è sempre di cinque anni. Ovviamente, la notizia – non corretta – ha generato parecchie incertezze ed equivoci che qui cercheremo di dipanare. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire, quindi, qual è la prescrizione delle cartelle di pagamento.

Le Sezioni Unite della Cassazione

Il principio affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione [1] è piuttosto semplice: anche se il contribuente non impugna la cartella nei termini e questa diventa definitiva, i termini di prescrizione non cambiano e restano sempre quelli propri dello specifico tributo

Ricordiamo che i termini per impugnare la cartella di pagamento sono di:

  • 60 giorni per le imposte e tributi;
  • 40 giorni per i contributi previdenziali Inps e Inail;
  • 30 giorni per le multe.
NATURA DEL DEBITO
TERMINI PER IMPUGNARE
GIUDICE
Iva
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Irpef
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Irap
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Canone Rai
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Contributi Camera Commercio
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Imposta di registro
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Imu
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Tasi
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Tari
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Bollo auto
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Contributi Inps
40 giorni Tribunale ordinario, sez. lavoro
Contributi Inail
40 giorni Tribunale ordinario, sez. lavoro
Multe stradali
30 giorni Giudice di Pace

Se la cartella non viene impugnata nei suddetti termini diventa definitiva. Nel momento in cui la cartella diviene definitiva, però, il termine di prescrizione non cambia e non è uguale per tutte. Non è quindi sempre di cinque anni, né – come invece vorrebbe Equitalia – di dieci anni. Al contrario, il termine di prescrizione delle cartelle non impugnate varia a seconda del tipo tributo di cui si chiede il versamento. È proprio questo l’importante chiarimento fornito dalle Sezioni Unite che, affrontando però il caso delle cartelle per contributi previdenziali, si è riferita alla prescrizione quinquennale.

Prescrizione della cartella di pagamento

Vediamo, dunque quali sono i termini di prescrizione delle cartelle di pagamento, diversi –come detto – a seconda della natura del debito stesso:

  • imposte erariali: 10 anni;
  • imposte locali: 5 anni;
  • multe, sanzioni e contravvenzioni del codice della strada: 5 anni;
  • bollo auto: 3 anni.
NATURA DEL DEBITO
TERMINI PRESCRIZIONE
Iva
10 anni (*)
Irpef
10 anni (*)
Irap
10 anni (*)
Canone Rai
10 anni
Contributi Camera Commercio
10 anni
Imposta di registro
10 anni
Imu
5 anni
Tasi
5 anni
Tari
5 anni
Bollo auto
3 anni
Contributi Inps
5 anni
Contributi Inail
5 anni
Multe stradali
5 anni
Sentenze di condanna
10 anni (**)

(*) Attenzione: alcune recenti e interessanti sentenze sostengono che Irpef, Irap e Iva si prescrivono in 5 e non 10 anni. Sul punto rinviamo all’articolo: Irpef e Iva si prescrivono in 5 anni.

(**) Diverso è il caso in cui il contribuente abbia impugnato la cartella nei termini e abbia perso il giudizio. In tal caso, il titolo non è più la cartella esattoriale, ma la sentenza di condanna, la quale – per regola generale – si prescrive in 10 anni.

Una volta che si è prescritto, il debito con l’agente della riscossione (Equitalia o, dal 1° luglio 2017, Agenzia delle Entrate-Riscossione) scade e non va più pagato. Sempre però che, nel frattempo, non sia arrivata una lettera, un pignoramento o un sollecito: questo ha l’effetto di interrompere la prescrizione e far decorrere nuovamente da capo i termini.

PRIMA SENTENZA DI RIMBORSO PER UNA AZIONISTA BPVI

 

Novità sul fronte giudiziario per le Popolari Venete. Il giudice unico del tribunale di Verona, Massimo Vaccari, ha emesso una sentenza, una delle prime sulla materie, condannando Banca Popolare di Vicenza a rifondere 39.638, 05 euro ad una azionista che, in due diverse tranche, aveva comprato 30 mila e 9 mila euro di azioni a partire dal 2009. Alla signora azionista era stato presentato l’investimento come “Sicuro”, senza rischi, ed in seguito era tata anche dissuasa dal vendere le azioni stesse.

Si tratta di una delle prime sentenze in merito sullo spinoso tema degli azionisti, proprio nei giorni in cui si chiude l’offerta di transazione del 15% già di per se molto peculiare. Infatti con quest’offerta da un lato si ammetteva la posizione di torto dell’istituto, dall’altra si offriva un ristoro minimo. Ora se una persona commette un atto illegittimo o illecito non può pensare di cavarsela restituendo solo parte della somma illecitamente ottenuta, per cui la posizione appariva subito molto debole.

Come scritto da “Il Giornale” la banca proseguirà facendo  ricorso, anche per non causare un frana proprio negli ultimi giorni dell’offerta, ma ormai sembra difficile che si possa superare la soglia del 70% che ci si era prefissi, a fronte di un obiettivo dell’80% di sottoscrizione delle transazioni. La cifra in gioco rimarrà di circa 1 – 1,5 miliardi fra i due istituti, importante MA assolutamente secondaria nei confronti delle perdite operative a un lato e che possono essere generate da una cattiva gestione degli NPL dall’altro. Insomma a noi par che la banca abbia giocato le proprie carte contro i soggetti più deboli, ma che rischi di essere perdente anche su questo campo.

Saranno comunque gli azionisti di BPVI e VenetoBanca a decidere del proprio destino.

Euro, falsi miti e realtà sull’abbandono della moneta unica. Dal calo del potere d’acquisto alle banche a rischio crac

Euro, falsi miti e realtà sull’abbandono della moneta unica. Dal calo del potere d’acquisto alle banche a rischio crac
ECONOMIA
Le conseguenze sono in parte imprevedibili. Ma, specie in caso di una rottura traumatica, si preannunciano dolorose. E’ verosimile un’inflazione a doppia cifra e le aziende pagherebbero di più le materie prime importate. La conversione forzata dei titoli di Stato sarebbe di fatto un default. E gli istituti, che hanno in pancia Bot e Btp per oltre 400 miliardi, dovrebbero iscrivere a bilancio enormi perdite. Ci sarebbero effetti sui tassi di prestiti e mutui

Decidere se salire o non salire su un treno è semplice. Ma una volta saliti cambiare idea diventa molto complicato. Certo, se sono convinto che il treno andrà a sbattere contro un muro anche lanciarsi dal vagone diventa un’opzione. Posso cercare di farlo quando il treno rallenta, scegliendo il terreno più morbido. In ogni caso non sarà una decisione senza rischi. Questa metafora racconta abbastanza bene quella che può essere la situazione di un Paese aderente all’euro e che vorrebbe uscirne.
Quella della moneta unica è una struttura imperfetta che sta creando sia vantaggi che svantaggi ai Paesi che l’hanno adottato. Da che parte pende l’ago della bilancia varia da paese a paese e tra le differenti classi sociali. Economisti di diverse scuole e orientamenti concordano sulle “tare originarie” del progetto. Un’unica moneta senza armonizzazione delle politiche fiscali e con una scarsa mobilità delle forze lavoro da un paese all’altro. Questo comporta, tra l’altro, che le crisi economiche si scarichino principalmente sui salari.

Tuttavia sul fatto che a questo punto abbandonare l’euro sia la scelta più opportuna i pareri sono molto meno univoci. Perché le conseguenze sono in una certa misura imprevedibili e, specie in caso di una rottura traumatica, potenzialmente assai pericolose. Molto dipenderebbe dal modo in cui si arriva all’addio alla valuta comune. Un percorso concordato con gli altri paesi avrebbe naturalmente un impatto meno dirompente. In ogni caso pensare che non ci sarebbero contraccolpi è illusorio. Per una serie di ragioni che ricapitoliamo punto per punto.

Inflazione a doppia cifra? Verosimile – Il livello dei prezzi aumenterà anche se è difficile indicare quanto e per quanto tempo. Valori del carovita a doppia cifra sono comunque verosimili. La lira avrebbe un valore inferiore rispetto all’euro attuale di almeno il 20-30%. La svalutazione di per se non è inflazione ma è un modo per importarla. Qualsiasi prodotto acquistato dall’estero, dal petrolio al grano ai semilavorati, ci costerebbe in proporzione di più con un impatto sui prezzi finali. Non solo, per una serie di ragioni che vedremo è verosimile che la Banca d’Italia sarebbe costretta a stampare moneta aggiuntiva aumentando le spinte al rialzo sui prezzi. In prospettiva, visto che i salari non crescono mai al passo dell’inflazione soprattutto se elevata, questo causerebbe anche una discesa del potere d’acquisto delle buste paga.

La conversione forzata dei titoli di Stato equivale a default tecnico – In base alle regole delle organizzazioni internazionali competenti in materia (International Swaps and Derivatives Association e agenzie di rating) la conversione forzata dei titoli di Stato da euro a lire potrebbe costituire un “credit event” in grado di configurare un default del paese. L’Italia ha sui mercati titoli di Stato che valgono complessivamente 1.860 miliardi di euro. Per quelli emessi sotto legislazione estera, che valgono circa 50 miliardi di euro, il cambio di moneta sarebbe legalmente impossibile. Anche in caso di ritorno alla lira l’Italia dovrebbe quindi continuare a ripagarli in euro o dollari. Per gli altri titoli da 1.800 miliardi di euro bisogna distinguere tra quelli muniti di clausole di azioni collettive e quelli che ne sono sprovvisti. Per questi ultimi il passaggio da euro a lira sarebbe meno problematico. Se la conversione avvenisse con un atto di forza unilaterale il paese dovrebbe però fronteggiare la punizione dei mercati. Per anni l’Italia si porterebbe appresso il marchio del cattivo creditore. Quindi, per ottenere soldi dagli investitori, sarebbe costretta a offrire rendimenti particolarmente elevati. Interessi a carico delle casse pubbliche. Recuperata l’autonomia monetaria il problema potrebbe essere in parte attutito stampando moneta. Ma questo avrebbe l’effetto di ridurre ulteriormente il valore della nuova lira e spingere ancora di più l’inflazione.

Banche a rischio crac per la riduzione del valore di Bot e Btp – Le banche italiane possiedono Bot e Btp per oltre 400 miliardi di euro. I loro destini sono quindi legati a filo doppio con quelli del paese. Una diminuzione del valore di questi titoli avrebbe l’effetto di portare perdite nei bilanci più o meno consistenti. Nel caso di una vera e propria ristrutturazione del debito (allungamento delle scadenze dei titoli, taglio del loro valore e degli interessi) è probabile che molti istituti non sarebbero in grado di reggere l’impatto. Sarebbe quindi necessario un sostegno pubblico agli istituti più in difficoltà. Per di più in un periodo in cui il sistema bancario del paese è alle prese con il lungo e complesso smaltimento di montagne di crediti deteriorati. Non solo. I Btp sono spesso utilizzati dalle banche come garanzia nei contrattirepo” con cui si regolano le esigenze di liquidità degli istituti. E’ possibile che i titoli italiani non verrebbero più accettati in garanzia rendendo più difficoltose le operazioni delle banche sui mercati con effetti anche sui tassi variabili di prestiti e mutui e prosciugando le risorse per l’erogazione di nuovi finanziamenti. Certo, a sostegno ci sarebbe una banca centrale nazionale, che per assicurare risorse alle banche potrebbe stampare moneta con l’effetto però di deprezzare ulteriormente la nuova lira.

I cavilli del “Target 2” – E’ la questione più tecnica e dubbia. Lo scorso gennaio il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha risposto a una domanda di due europarlamentari su come avrebbero dovuto essere regolati i saldi interbancari in caso di uscita di un paese dall’euro. “Andrebbero regolati integralmente”, ha spiegato Draghi, con una frase impeccabile nella forma ma che poco dice nella sostanza. Target2 è il sistema gestito dalla Bce e dalle principali banche centrali nazionali attraverso cui 1.700 banche europee muovono denaro da un paese all’altro. Dal 2011 il saldo dell’Italia nei confronti del resto d’Europa è passato in negativo e oggi lo è per quasi 300 miliardi di euro. Si tratta della posizione complessiva delle banche italiane nei confronti delle altre banche europee accentrate presso la Banca d’Italia attraverso cui si regola qualsiasi pagamento di una banca italiana con una banca di un altro paese dell’euro. Se il cliente di una banca italiana chiede di acquistare un prodotto (finanziario e non) tedesco la sua banca trasferirà il denaro nel conto di cui dispone presso Banca d’Italia. Dopodiché la Banca d’Italia sposta la somma attraverso Target2 sul conto che la banca del venditore tedesco detiene presso la Bundesbank. Si crea quindi un temporaneo squilibrio tra le due banche centrali che può essere compensato da un’operazione opposta (tedesco che compra in Italia) o allargarsi ulteriormente con un’operazione dello stesso segno (italiano che compra in Germania). Il passivo generale italiano segnala quindi una maggiore e forse temporanea richiesta di prodotti esteri dall’Italia rispetto al flusso opposto. Finché si fa parte del sistema e della moneta unica questi squilibri non vanno materialmente saldati. In caso di abbandono del sistema si aprirebbero scenari inesplorati. Tecnicamente questi debiti non sono delle banche e non sono dei singoli correntisti ma riguardano accomodamenti tra le banche centrali. Non esiste nessuna procedura o norma che regoli questa ipotesi. Pertanto i saldi andrebbero “regolati” ma nessuno sa bene cosa questo significhi in concreto.

Obbligazioni societarie: i rimborsi resterebbero in un’altra valuta – Secondo i dati della banca dei regolamenti internazionali (una specie di banca centrale delle banche centrali) le aziende italiane non finanziarie hanno obbligazioni emesse su mercati internazionali per 128 miliardi di dollari. Si tratta di titoli spesso emessi in altre valute e con legislazioni di altri paesi su cui lo Stato italiano non potrebbe intervenire in alcun modo in caso di cambio della moneta. L’azienda emittente dovrebbe quindi continuare a pagare interessi e rimborsi in euro, dollari, franchi o altre valute. Ma a quel punto molti dei ricavi sarebbero realizzati in lire. Non è detto che le aziende sarebbero in grado di reggere il colpo. Ci sarebbe anche in questo caso bisogno di un sostegno pubblico a carico delle finanze statali.

Più competitività. Ma i prodotti importati costerebbero di più  Una moneta più debole tende ad aiutare le esportazioni perché i prodotti risultano meno cari per chi utilizza un’altra valuta. In passato, e prima dell’adesione alla moneta unica, l’Italia ha fatto ricorso alle cosiddette “svalutazioni competitive” per dare una spinta alla propria economia. Da allora però il mondo è cambiato. In molti casi la produzione è oggi strutturata su filiere globali e non più nazionali. Un’azienda si rifornisce di materie prime e prodotti semilavorati da tutto il mondo. Quindi una moneta più debole rende sì i suoi prodotti più convenienti ma significa anche dover pagare di più merci e prodotti acquistati all’estero. Nulla vieta all’impresa italiana di cambiare modello e, ove possibile, rivolgersi a produttori nazionali anziché esteri. Ma non sempre è possibile specie per le produzioni ad alto valore aggiunto in cui il livello qualitativo è l’elemento chiave. Non sembra inoltre che il made in Italy stia soffrendo particolarmente il “peso” dell’euro. Nel 2016 il surplus commerciale italiano è stato il più alto degli ultimi 25 anni, grazie anche allo spostamento verso produzioni di fascia alta dove il prezzo incide poco nelle scelte di acquisto basata soprattutto sulla qualità.

TRIBUNALE DI FERRARA: SE C’È USURA, AZZERATI TUTTI GLI INTERESSI

Tribunale di Ferrara, Sez. Civ. 18/01/2017, n. 47/2017

Dott. A. Rizzieri

Si ringrazia l’avvocato Lorenzo Buldrini per la segnalazione della sentenza e la stesura della massima.

Tribunale di Ferrara sentenza n. 47/2017 pubbl. in data 18.01.2017 – Contratto di apertura di credito in conto corrente – usura originaria determinata includendo la CMS – esclusione degli interessi ex art 1815, II comma, c.c. – L. 108/96 

Il Tribunale di Ferrara, in relazione ad un rapporto di conto corrente di corrispondenza con concessione di credito e ad un conto anticipi fatture entrambi aperti nel 2008, ha ritenuto la sussistenza di usura contrattuale ed in applicazione dell’’art .1815 c.c.  ha eliminato tutti gli interessi applicati dalla Banca.

Il Giudice ha espressamente richiesto al CTU, ai fini dell’applicazione della normativa anti usura, di conteggiare interessi, CMS e spese collegate all’erogazione del credito.

La CTU ha accertato la pattuizione e l’applicazione di interessi usurai ed in ossequio al quesito posto dal Giudice, ai sensi dell’art 1815 c.c., II comma, ha ricalcolato il credito della Banca, revocando il decreto ingiuntivo e dimezzando la richiesta dell’Istituto di credito.

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Mutuo: nel tasso soglia anche i costi futuri e occasionali dell’operazione

Tribunale, Bari, sez. II civile, ordinanza 22/07/2016

L’ordinanza in commento conferma quell’orientamento giurisprudenziale secondo il quale, ai fini dell’accertamento dell’usurarietà di un mutuo deve aversi riguardo oltre che al tasso previsto per gli interessi moratori, anche di tutti gli ulteriori oneri connessi alla operazione di finanziamento.

Sul punto, cfr., Trib. di Bari, 5/7/2016 e Trib. Bari 1/12/2014; Trib. Torino, sez. I, 14/5/2015 e 10/6/2014; Trib. di Benevento, 30/12/2015, ord. n. 43, secondo cui “… l’interesse moratorio, al pari di tutte le altre voci di costo, viene in considerazione ai fini della valutazione dell’usurarietà del prestito già al momento della conclusione del contratto”.

In argomento, cfr., pure, Trib. di Milano, VI, sez. civile, n. 5279 del 28/4/2016, secondo cui “… il controllo dell’usurarietà degli interessi debba operare non solo con riferimento agli interessi corrispettivi, ma anche per quelli moratori. In sostanza, quindi, entrambe le tipologie di interessi potenzialmente potrebbero risultare usurarie, ma ciò dovrà essere valutato singolarmente per ciascuna categoria di essi, dal momento che, nel caso di inadempimento del debitore e conseguente decorrenza degli interessi moratori, questi si sostituiscono e non si aggiungono agli interessi corrispettivi”.

Il Collegio di Bari aderisce alla giurisprudenza di legittimità che ha precisato che, ai fini della determinazione del tasso usurario, il raffronto col tasso soglia va fatto riguardo agli interessi promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo anche di interessi moratori (Cass. nn. 602 e 603 del 2013; Cass. n. 350/2013; Cass. n. 5286/2000; Cass. n. 14899/2000; Cass. n. 5324/2003).

L’ordinanza in commento conferma, altresì, la rilevanza della c.d. commissione per l’estinzione anticipata nella rilevazione del TEG, alla luce del dettato normativo di cui alla L. n. 108/96 che intende assicurare “una copertura completa dall’usura, estesa a tutti i costi dell’operazione di credito: dai costi immediati a quelli procrastinati, da quelli ricorrenti a quelli occasionali”.Il superamento del tasso soglia comporta, ai sensi dell’art. 1815 co. 2 c.c., non solo la nullità della clausola con la quale sono stati convenuti gli interessi, espressamente comminata, ma anche la sanzione civile della gratuità del contratto, non essendo dovuti interessi tout court. Nella fattispecie in esame, in base ai principi sopra riportati, il Collegio ha respinto il reclamo proposto dalla banca ai fini della revoca dell’ordinanza di sospensione dell’efficacia esecutiva del mutuo impugnato con l’opposizione a precetto.