Interessi moratori usurari e ordinanza Cass. Civ. Sez. VI 4/10/2017 n. 23192

L’ordinanza ha finalmente e semplicemente stabilito in modo esplicito e per la prima volta ciò che appariva implicitamente affermato nelle precedenti numerose pronunce della Suprema Corte e cioè che qualora gli interessi moratori al momento della stipula superino il tasso soglia, non è dovuto alcun tipo di interesse né moratorio né corrispettivo ancorchè quest’ultimo sia stato convenuto nei limiti della soglia.

In pratica la Cassazione esplicitamente per la prima volta afferma, riportando il testo dell’art. 1815 II co c.c. e dell’art. 1 della l. 24/2001 di interpretazione autentica della l. 108/96, che il divieto di stipulare interessi di qualsiasi tipo usurari comporta l’azzeramento di tutti gli interessi sia corrispettivi che moratori.

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Busto Arsizio. Annullati interessi indicizzati in Franchi Svizzeri su due mutui. Banca condannata a risarcire 15.000 euro

Franchi Svizzeri New Concept Advisory

Un altro caso di mutuo indicizzato in Franchi Svizzeri

A causa di un’estinzione di mutuo anticipata, un cliente è stato costretto a pagare interessi maggiorati per via del cambio valuta in Franchi Svizzeri. Ora la banca è stata condannata a restituire circa 15.000 euro.

L’estinzione anticipata e la richiesta di somme elevate

Busto Arsizio. Un altro caso di mutui indicizzati in Franchi Svizzeri si aggiunge ai diversi già presenti attualmente in Italia. Ricordiamo che questi casi fanno riferimento ai tanti mutui concessi tra gli anni 2006 e 2011. Mutui proposti come molto vantaggiosi, ma che in realtà contenevano l’indicizzazione in Franchi Svizzeri. Una clausola che porta a una maggiorazione nei pagamenti degli interessi, a causa appunto dell’oscillazione di valuta di cambio di euro/franco.

Grazie alla sentenza del 10 marzo 2017, il Tribunale di Busto Arsizio ha condannato un noto colosso bancario alla restituzione di Euro 14.110,66, oltre interessi legali. Questa condanna arriva, appunto, per la l’indicizzazione del mutuo al Franco Svizzero. I clienti avevano sottoscritto con la stessa banca due contratti di mutuo indicizzati al Franco Svizzero, rispettivamente in data 6/7/2010 e 31/3/2010. Nel 2012 però uno dei due ha richiesto l’estinzione anticipata del proprio contratto.

Così l’istituto di credito, dopo le opportune verifiche, ha quantificato che era necessario restituire, per l’estinzione del contratto, 88.106,61 euro, più 14.110,66 euro da pagare per via della clausola del cambio in Franchi Svizzeri. Il cliente decide di pagare le somme richieste, ma non si arrende a questa ingiustizia e cita in giudizio la banca. La richiesta è di verificare l’intero contratto e avere un risarcimento per via di una clausola di cui non era al corrente. Inoltre, per rafforzare la propria tesi, la parte attrice ha mostrato una perizia effettuata da un ctp.

La condanna e il risarcimento

Il Giudice decide così di nominare un Consulente Tecnico d’Ufficio. Questo per esaminare la perizia mostrata dal ctp e, al contempo, verificare nel dettaglio tutte le clausole presenti nel mutuo. In particolare, è stato verificato il meccanismo dei conguagli semestrali applicati dalla banca, secondo le modalità indicate al punto 4 dei contratti , e l’art. 7 relativo all’estinzione anticipata del mutuo.

Grazie a questa indagine, si è arrivati alla conclusione che la banca era in torto. Così il Giudice ha deciso di condannare il colosso bancario alla restituzione della somma pagata a causa della rivalutazione monetaria, ovvero 14.110,66 euro.

Una vittoria per il cliente e una sconfitta per le banche.

Il cliente non va ingannato

Questa sentenza dimostra ancora una volta come non si può ingannare il cliente, proponendo fantomatici mutui vantaggiosi. Le banche vanno punite per la loro disonestà.

Come è successo a Legnano, a causa di un mutuo indicizzato al franco svizzero.


Fonte: Sentenza n.375/2017 pubbl. il 10/03/2017 RG. n. 7261/2013 Repert. n. 881/2017 del 10/03/2017

Cartella di pagamento: prescrizione

Non è vero che la prescrizione della cartella di pagamento è sempre di cinque anni: l’equivoco generato sul web.

Lo scorso dicembre, le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato un importantissimo principio in tema di prescrizione delle cartelle esattoriali: la tesi definitivamente sposata dalla Suprema Corte è quella secondo cui il termine di prescrizione non è sempre di 10 anni (come qualche giudice un tempo aveva affermato), ma cambia a seconda del tipo di tassa o sanzione di cui si richiede il pagamento. Dunque, ad esempio, per il bollo auto la prescrizione è di 3 anni, per le multe è di 5, per l’Iva di 10, ecc.

Poiché però il caso deciso dalla Corte atteneva a contributi previdenziali Inps e Inail, per i quali la prescrizione si forma in 5 anni, qualche giornale (specie sul web) ha titolato affermando che, da ora, la prescrizione delle cartelle di pagamento è sempre di cinque anni. Ovviamente, la notizia – non corretta – ha generato parecchie incertezze ed equivoci che qui cercheremo di dipanare. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire, quindi, qual è la prescrizione delle cartelle di pagamento.

Le Sezioni Unite della Cassazione

Il principio affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione [1] è piuttosto semplice: anche se il contribuente non impugna la cartella nei termini e questa diventa definitiva, i termini di prescrizione non cambiano e restano sempre quelli propri dello specifico tributo

Ricordiamo che i termini per impugnare la cartella di pagamento sono di:

  • 60 giorni per le imposte e tributi;
  • 40 giorni per i contributi previdenziali Inps e Inail;
  • 30 giorni per le multe.
NATURA DEL DEBITO
TERMINI PER IMPUGNARE
GIUDICE
Iva
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Irpef
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Irap
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Canone Rai
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Contributi Camera Commercio
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Imposta di registro
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Imu
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Tasi
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Tari
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Bollo auto
60 giorni Commissione Tributaria Provinciale
Contributi Inps
40 giorni Tribunale ordinario, sez. lavoro
Contributi Inail
40 giorni Tribunale ordinario, sez. lavoro
Multe stradali
30 giorni Giudice di Pace

Se la cartella non viene impugnata nei suddetti termini diventa definitiva. Nel momento in cui la cartella diviene definitiva, però, il termine di prescrizione non cambia e non è uguale per tutte. Non è quindi sempre di cinque anni, né – come invece vorrebbe Equitalia – di dieci anni. Al contrario, il termine di prescrizione delle cartelle non impugnate varia a seconda del tipo tributo di cui si chiede il versamento. È proprio questo l’importante chiarimento fornito dalle Sezioni Unite che, affrontando però il caso delle cartelle per contributi previdenziali, si è riferita alla prescrizione quinquennale.

Prescrizione della cartella di pagamento

Vediamo, dunque quali sono i termini di prescrizione delle cartelle di pagamento, diversi –come detto – a seconda della natura del debito stesso:

  • imposte erariali: 10 anni;
  • imposte locali: 5 anni;
  • multe, sanzioni e contravvenzioni del codice della strada: 5 anni;
  • bollo auto: 3 anni.
NATURA DEL DEBITO
TERMINI PRESCRIZIONE
Iva
10 anni (*)
Irpef
10 anni (*)
Irap
10 anni (*)
Canone Rai
10 anni
Contributi Camera Commercio
10 anni
Imposta di registro
10 anni
Imu
5 anni
Tasi
5 anni
Tari
5 anni
Bollo auto
3 anni
Contributi Inps
5 anni
Contributi Inail
5 anni
Multe stradali
5 anni
Sentenze di condanna
10 anni (**)

(*) Attenzione: alcune recenti e interessanti sentenze sostengono che Irpef, Irap e Iva si prescrivono in 5 e non 10 anni. Sul punto rinviamo all’articolo: Irpef e Iva si prescrivono in 5 anni.

(**) Diverso è il caso in cui il contribuente abbia impugnato la cartella nei termini e abbia perso il giudizio. In tal caso, il titolo non è più la cartella esattoriale, ma la sentenza di condanna, la quale – per regola generale – si prescrive in 10 anni.

Una volta che si è prescritto, il debito con l’agente della riscossione (Equitalia o, dal 1° luglio 2017, Agenzia delle Entrate-Riscossione) scade e non va più pagato. Sempre però che, nel frattempo, non sia arrivata una lettera, un pignoramento o un sollecito: questo ha l’effetto di interrompere la prescrizione e far decorrere nuovamente da capo i termini.